Il packaging compostabile è sostenibile?

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L’Italia è prima in Europa per riciclo organico degli imballaggi compostabili, con un tasso del 57,8% nel 2024.

Ma il settore attraversa una crisi di fatturato, è sotto pressione del dumping cinese e affronta una rete di compostaggio ancora disomogenea. Una guida onesta per chi produce e distribuisce packaging compostabile nel B2B — dove funziona, dove no e cosa cambia con il PPWR.

Le bioplastiche compostabili sono il segmento del packaging che più si presta a narrazioni opposte. Da una parte chi le presenta come la soluzione al problema degli imballaggi monouso in plastica. Dall’altra chi le definisce greenwashing in forma di sacchetto.

La realtà, come quasi sempre, è più sfumata. L’Italia ha costruito un sistema di gestione degli imballaggi compostabili che non ha eguali in Europa — ma quel sistema funziona bene solo dove le infrastrutture di raccolta e compostaggio sono all’altezza. E non lo sono ovunque.

Per chi distribuisce packaging compostabile nel B2B, conoscere questa differenza è la premessa per fare scelte corrette — di acquisto, di comunicazione e di posizionamento commerciale.

I numeri del settore in Italia nel 2025-2026

Il mercato

I dati presentati al 3° Forum delle Bioplastiche Compostabili, organizzato da Assobioplastiche e Biorepack a giugno 2026, fotografano un settore in piena trasformazione.

Sul fronte della produzione, il 2025 ha registrato un’inversione di tendenza preoccupante: il fatturato complessivo delle aziende italiane di bioplastiche compostabili è sceso a 704 milioni di euro, un calo del 15% rispetto al 2023, nonostante i volumi siano rimasti sostanzialmente stabili a 121.500 tonnellate (+0,5% sul 2024). Meno ricavi a parità di produzione significa una cosa sola: forte pressione al ribasso sui prezzi.

La causa principale è identificata chiaramente dall’industria: l’invasione di prodotti cinesi non conformi — venduti a prezzi molto più bassi — e la diffusione delle cosiddette stoviglie “pseudo-riutilizzabili”, prodotti che eludono i divieti sulla plastica monouso senza essere né autenticamente riutilizzabili né compostabili.

Il riciclo: dove l’Italia primeggia

Sul fronte del riciclo organico, i dati sono invece molto positivi. Secondo il Consorzio Biorepack, nel 2024 il tasso di riciclo degli imballaggi in bioplastica compostabile ha raggiunto il 57,8%, due punti in più rispetto all’anno precedente — superando già gli obiettivi europei fissati per il 2030 (55%).

In volume, sono state oltre 47.500 tonnellate di imballaggi compostabili avviati a riciclo organico nell’ultimo anno disponibile. Al 31 dicembre 2025, risultano iscritte al Consorzio Biorepack 206 imprese.

L’Italia è il primo Paese in Europa ad aver sviluppato un sistema integrato di raccolta e riciclo degli imballaggi compostabili, dove le bioplastiche vengono conferite insieme alla frazione organica (umido), trattate negli impianti di compostaggio e digestione anaerobica, e trasformate in compost e biometano. Un modello che non ha eguali nel continente.

Cos’è davvero un imballaggio compostabile (e cosa non lo è)

La certificazione obbligatoria

Un imballaggio è compostabile solo se è certificato secondo la norma UNI EN 13432:2002. Questa norma definisce i requisiti tecnici che un materiale deve soddisfare per essere considerato compostabile in impianti industriali: biodegradazione in condizioni controllate entro 90 giorni, assenza di sostanze nocive per il compost finale, disintegrazione fisica completa.

I marchi di certificazione riconosciuti in Italia e in Europa sono:

Seedling (TÜV Austria e Vinçotte) — il simbolo più diffuso e riconoscibile, la fogliolina verde. È il marchio che il consumatore vede più spesso sugli shopper dei supermercati e sui contenitori per alimenti d’asporto.

OK Compost (TÜV Austria) — attesta la compostabilità in impianti industriali (OK Compost Industrial) o domestica (OK Compost Home, con criteri più severi).

DIN-CERTCO — equivalente tedesco, riconosciuto in tutta Europa.

Un imballaggio che dichiara di essere “biodegradabile” o “compostabile” senza portare uno di questi marchi non è conforme — e dal 27 settembre 2026, questo tipo di claim non verificabile è un illecito sanzionabile ai sensi del D.Lgs. n. 30/2026 (leggi il nostro approfondimento sul greenwashing nel packaging).

La differenza tra compostabile industriale e domestico

Quasi tutti gli imballaggi compostabili in circolazione in Italia sono certificati per il compostaggio industriale — cioè richiedono le temperature elevate (55-60°C) e le condizioni controllate degli impianti professionali. Non si degradano in modo equivalente nel compostaggio domestico, né nell’ambiente naturale.

Un sacchetto compostabile buttato nell’indifferenziata o disperso nell’ambiente non offre alcun vantaggio ambientale rispetto alla plastica convenzionale.

Dove il sistema funziona bene — e dove no

Il punto di forza: le aree urbane del Nord e Centro Italia

Il modello italiano funziona bene dove la raccolta differenziata della frazione organica (umido) è efficiente e dove gli impianti di compostaggio sono vicini e capaci di gestire adeguatamente le bioplastiche. In queste aree — principalmente città e province del Nord Italia e di parte del Centro — il circuito è virtuoso: il sacchetto compostabile viene conferito nell’umido, va all’impianto di compostaggio, si biodegrada producendo compost di qualità.

Il punto debole: le aree con raccolta organica carente

Il problema nasce dove la raccolta differenziata dell’umido è assente, discontinua o insufficiente. In queste aree — tipicamente alcune zone del Sud Italia, piccoli comuni rurali e aree con infrastrutture meno sviluppate — un imballaggio compostabile che finisce nell’indifferenziata non ha alcun vantaggio rispetto alla plastica convenzionale.

In più, se non viene correttamente separato, può diventare un contaminante del riciclo meccanico della plastica: i polimeri compostabili sono incompatibili con le plastiche tradizionali nei processi di riciclo meccanico.

La regola pratica per chi vende packaging compostabile nel B2B: prima di raccomandarlo a un cliente, è utile sapere dove opera e dove viene usato quel packaging. Se il cliente lavora in un territorio con raccolta organica efficiente, il compostabile è una scelta coerente. Se opera in un territorio con raccolta carente, un imballaggio in carta riciclabile o in plastica monomateriale può avere un impatto reale inferiore.

Le minacce che preoccupano il settore

Il dumping cinese e i prodotti non conformi

Il problema più urgente segnalato al 3° Forum 2026 è l’invasione di prodotti non conformi, principalmente di produzione cinese, venduti a prezzi molto inferiori rispetto ai prodotti certificati italiani ed europei. Questi prodotti si presentano come “biodegradabili” o “compostabili” ma non portano certificazioni riconosciute e non rispettano la norma EN 13432.

Per chi distribuisce imballaggi compostabili nel B2B, questo significa una cosa concreta: verificare sempre le certificazioni dei propri prodotti e dei propri fornitori. Vendere un imballaggio che si dichiara compostabile senza certificazione verificabile è, dal 27 settembre 2026, un rischio di greenwashing con sanzioni fino a 10 milioni di euro.

Le stoviglie “pseudo-riutilizzabili”

Un secondo problema è quello delle stoviglie “pseudo-riutilizzabili” — prodotti in plastica convenzionale commercializzati come riutilizzabili per aggirare i divieti sul monouso, ma nella pratica usati una sola volta. Questo fenomeno distorce il mercato e crea confusione tra consumatori e operatori del settore.

Il PPWR cambia le regole del gioco per il compostabile

Il Regolamento UE 2025/40 (PPWR), ora in vigore, introduce per la prima volta a livello europeo obblighi specifici sugli imballaggi compostabili.

Dal 12 febbraio 2028 — obbligo di compostabilità per:

  • Bustine di tè e tisane
  • Capsule e cialde di caffè monodose
  • Etichette adesive apposte direttamente su frutta e verdura

Si tratta di categorie dove la bioplastica compostabile diventa l’unica alternativa praticabile alla plastica convenzionale. Per chi distribuisce packaging compostabile, questi mercati si apriranno forzatamente nei prossimi due anni — anticipare la domanda significa posizionarsi adesso.

L’Italia, con il D.L. 7 agosto 2026, n. 143, ha anticipato questo adempimento introducendo l’obbligo di compostabilità per alcune tipologie di imballaggi monouso — anche se le sanzioni scatteranno solo dal 2030.

Come funziona il sistema Biorepack per le aziende

Biorepack è il consorzio italiano — unico nel suo genere in Europa — che gestisce la raccolta e il riciclo organico degli imballaggi in bioplastica compostabile nel quadro del sistema CONAI. Le aziende che producono o importano imballaggi in bioplastica compostabile devono aderire a Biorepack e garantire che i propri imballaggi siano certificati secondo la norma EN 13432.

Il contributo ambientale Biorepack (CAC) è di 246 €/tonnellata dal 1° luglio 2026 — un valore significativo rispetto, ad esempio, ai 12 €/t dell’alluminio o ai 24 €/t della carta fascia A1.1. Questo contributo va incluso nel calcolo del costo totale di possesso quando si valuta se il compostabile è la scelta giusta per una specifica applicazione.

Le applicazioni dove il compostabile ha senso

Le più consolidate

Sacchetti ultraleggeri per ortofrutta e alimenti sfusi — l’applicazione storica e quella con il maggior volume in Italia. Dal 2018 è l’unica ammessa per i sacchetti sotto i 15 micron. La certificazione EN 13432 è obbligatoria per legge.

Shopper per la spesa — i sacchetti da asporto compostabili sono diffusi nei supermercati e nei negozi alimentari, dove vengono smaltiti nell’umido insieme agli scarti organici.

Contenitori per alimenti d’asporto — piatti, vaschette e contenitori per food delivery e take away in materiali compostabili sono in crescita, soprattutto tra gli operatori con forte identità sostenibile.

Sacchetti per raccolta organica domestica — i sacchetti usati per raccogliere l’umido in cucina. È il mercato più stabile e prevedibile.

Le applicazioni emergenti (post-PPWR)

Capsule di caffè — obbligo dal 2028. Un mercato enorme che dovrà convertirsi. Chi è già attrezzato con soluzioni compostabili certificate ha un vantaggio significativo.

Bustine di tè — stesso obbligo, stessa scadenza.

Etichette su ortofrutta — le piccole etichette adesive che identificano il prodotto devono diventare compostabili entro il 2028. Una nicchia tecnica ma con volumi importanti nella GDO.

Cosa significa per chi distribuisce nel B2B

Tre domande per guidare la scelta del cliente

1. Il territorio del cliente ha una raccolta organica efficiente?
Se sì, il compostabile è una scelta coerente che può essere comunicata con credibilità. Se no, potrebbe non esserlo.

2. Il prodotto sarà certificato EN 13432 da un ente riconosciuto?
Senza certificazione verificabile, il claim “compostabile” non può essere fatto. Dal 27 settembre 2026 è un illecito.

3. Il cliente ha calcolato il contributo Biorepack nel costo totale?
A 246 €/tonnellata, il CAC Biorepack incide in modo significativo. Non includerlo porta a confronti di prezzo distorti con materiali alternativi.

Opportunità concrete nei prossimi due anni

Con le scadenze PPWR del 2028 per capsule caffè, bustine tè e etichette su ortofrutta, chi è già posizionato sul packaging compostabile certificato ha una finestra di due anni per costruire relazioni commerciali con i produttori di questi settori — prima che la domanda diventi obbligatoria.

Il packaging compostabile in Italia non è né la soluzione a tutti i problemi degli imballaggi né una trovata di marketing senza sostanza. È un sistema che funziona bene in certi contesti — dove la raccolta organica è efficiente, dove gli impianti di compostaggio sono adeguati, dove i prodotti sono correttamente certificati — e che non funziona dove queste condizioni mancano.

L’Italia ha il sistema di riciclo organico delle bioplastiche più avanzato d’Europa. Il problema è che quel sistema deve ancora espandersi per coprire uniformemente l’intero territorio.

Per chi distribuisce packaging compostabile nel B2B, la sfida è offrire non solo il prodotto, ma la competenza per aiutare il cliente a capire se è la scelta giusta — e come comunicarla in modo corretto e conforme.

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