Carta vs plastica

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Confronto tra imballaggi in carta riciclata e imballaggi in plastica

La carta è sempre più sostenibile della plastica? il confronto che nessuno fa davvero.

La risposta che senti ovunque è sì. Quella che dicono i dati è: dipende. Un'analisi onesta, basata sui numeri, per chi produce, distribuisce e acquista imballaggi B2B.

Proviamo a fare una cosa semplice: chiedere a dieci persone quale sia il materiale più sostenibile tra carta e plastica. Nove risponderanno carta, senza esitazione. L'associazione mentale è ormai automatica: plastica uguale inquinamento, carta uguale natura. Ed è comprensibile — le immagini di plastica nell'oceano sono reali, il problema è reale, l'urgenza è reale.

Ma chi lavora nel settore degli imballaggi sa che la realtà è più complicata. E oggi, con la normativa europea che impone scelte documentate e verificabili, non ci si può più permettere di fare comunicazione basata sull'emozione anziché sui dati.


Perché il confronto è più complesso di quanto sembri

Il problema del punto di vista

Quando si confronta l'impatto ambientale di due materiali da imballaggio, il risultato dipende in modo decisivo da cosa si misura e da quale prospettiva lo si guarda.

La produzione di una borsa in carta richiede più acqua, più energia e più materia prima grezza rispetto a una busta in polietilene equivalente. Su questo i dati sono abbastanza chiari. Le analisi LCA (Life Cycle Assessment — valutazione del ciclo di vita secondo le norme ISO 14040 e 14044) che considerano solo la fase di produzione con materie prime vergini tendono a mostrare un impatto ambientale complessivo inferiore per la plastica rispetto alla carta.

Ma se si allarga il punto di osservazione — includendo la fase di fine vita, il tasso di riciclo effettivo, la dispersione nell'ambiente, il numero di volte che il materiale può essere riciclato — il quadro cambia significativamente.

La produzione: dove la plastica sembra vincere

La plastica è un materiale straordinariamente efficiente dal punto di vista della produzione. È leggera, occupa poco spazio, protegge bene il contenuto con uno spessore minimo. Un sacchetto in polietilene pesa una frazione di quello che pesa il suo equivalente in carta. Meno peso significa meno emissioni nel trasporto, meno carburante, meno ingombro nella logistica.

Gli studi LCA su materie prime vergini confermano che la produzione di imballaggi in plastica genera generalmente meno emissioni di CO₂ equivalente rispetto agli stessi imballaggi in carta, a parità di funzione protettiva. Questo è uno dei dati che l'industria della plastica cita più frequentemente, ed è corretto — a condizione di limitare l'analisi a quella fase.

Il fine vita: dove la carta recupera terreno (e molto)

Il punto in cui il confronto si ribalta è il fine vita. E qui i dati italiani sono particolarmente interessanti.

In Italia nel 2024 il tasso di riciclo degli imballaggi ha raggiunto il 76,7% del packaging immesso sul mercato — 10,7 milioni di tonnellate su un totale di oltre 13,9.

Ma questo dato aggregato nasconde differenze enormi tra i materiali. Secondo i dati CONAI e Comieco aggiornati al 2024:

Con un tasso di riciclo del 92,5%, l'Italia si conferma tra i Paesi leader in Europa per il recupero degli imballaggi in carta e cartone. A fronte dei 5 milioni di tonnellate di imballaggi cellulosici immessi al consumo, nel 2024 ne sono state riciclate 4,6 milioni.

La plastica racconta una storia diversa. La filiera della plastica nel 2024 è riuscita a superare il 50% di riciclo — il target chiesto dall'Unione europea entro il 2025. Un risultato importante, ma che significa anche che circa la metà degli imballaggi in plastica immessi sul mercato non viene riciclata.

Il problema principale della plastica non è tanto il suo ciclo di vita, quanto quello di smaltimento: in Europa se ne ricicla solamente il 30%; il restante 70% viene incenerito (39%) o smaltito in discarica (31%). L'Italia fa meglio della media europea, ma il divario con la carta rimane enorme: 92,5% contro 50%.


La carta si ricicla davvero bene?

Qui bisogna distinguere tra due affermazioni molto diverse.

La prima è: la carta ha un alto tasso di raccolta differenziata. Vero, e i dati italiani lo confermano. Il cartone presenta uno dei più alti tassi di riciclo in Europa: si parla dell'83% nel 2024, secondo il Monitoring Report 2024 dell'European Paper Recycling Council (EPRC).

La seconda è: tutta la carta riciclata diventa nuova carta da imballaggio. Qui le cose si complicano. Il riciclo della carta richiede grandi quantità di acqua e di energia. È stato stimato che riciclando una tonnellata di carta vengono risparmiati 4.000 kWh di energia rispetto alla produzione di carta vergine. Questo è un risparmio reale e significativo. Ma il processo stesso di riciclo non è a impatto zero.

Un altro dato che sfida la percezione comune: secondo studi recenti condotti dalla Graz University of Technology, la fibra di cellulosa può essere riciclata almeno 25 volte, smentendo il mito di soli 7 cicli di riciclo. Questo è un primato assoluto rispetto alla plastica, che raramente regge più di 2-3 cicli di riciclo meccanico di qualità.

Infine, c'è un problema specifico degli imballaggi compositi — quelli che mescolano carta con strati di plastica o alluminio, come i tetrapak, le buste termosaldate o i sacchetti multistrato. Questi materiali presentano tassi di riciclo molto più bassi, perché la separazione dei componenti è tecnicamente difficile e costosa. Un imballaggio di carta con rivestimento in PE potrebbe avere un fine vita peggiore di un imballaggio monomateriale in plastica riciclabile.


La plastica: il problema non è la plastica in sé

Uno degli equivoci più diffusi nel dibattito pubblico è trattare "plastica" come se fosse una categoria omogenea. Non lo è.

Un film in LDPE per avvolgimento industriale, un vassoio in PET per alimenti, una bottiglia in HDPE, un sacchetto in PP e una busta multistrato hanno caratteristiche, impatti e possibilità di riciclo completamente diverse. Alcune plastiche sono facilmente riciclabili, altamente performanti e con un'impronta carbonica relativamente contenuta. Altre sono difficilmente separabili, non riciclabili nelle filiere attuali e destinate alla discarica o all'inceneritore.

Il problema reale della plastica, dal punto di vista ambientale, è duplice. Il primo è la dispersione nell'ambiente: a differenza della carta, che si biodegrada in tempi relativamente brevi, la plastica persiste per centinaia di anni e si frammenta in microplastiche con effetti ancora non del tutto compresi sugli ecosistemi e sulla catena alimentare. Il secondo è l'infrastruttura di riciclo: mentre il riciclo della carta è una filiera consolidata e efficiente, il riciclo di molti polimeri plastici è ancora frammentato, costoso o inesistente per alcune categorie.

Il ruolo dei materiali compostabili

Nel settore degli imballaggi alimentari, c'è una terza opzione che sta guadagnando spazio: le bioplastiche compostabili. In Italia, nel 2024 sono state riciclate 47.500 tonnellate di bioplastica compostabile. Un volume ancora piccolo rispetto alla plastica tradizionale e alla carta, ma in crescita costante.

Il punto critico delle bioplastiche compostabili è la stessa del packaging composito carta-plastica: il fine vita dipende dalla disponibilità di infrastrutture di compostaggio industriale adeguate. Un imballaggio certificato compostabile che finisce in discarica o in inceneritore perde completamente il suo vantaggio ambientale teorico.


Cosa significa tutto questo per chi acquista imballaggi B2B

Tradurre questa analisi in decisioni operative concrete è l'esercizio più utile. Ecco alcune considerazioni pratiche.

Non esiste il materiale "sempre migliore"

La scelta tra carta e plastica — o tra diverse tipologie di entrambi — non si può fare in astratto. Dipende dall'applicazione, dalla filiera di distribuzione, dalla modalità di fine vita nel territorio dove il prodotto viene venduto, dai requisiti di resistenza e di protezione del contenuto, e dal posizionamento del brand.

Un esempio: per imballaggi che devono proteggere prodotti umidi o grassi, la carta non trattata non funziona. Serve un rivestimento — che però compromette la riciclabilità. In questo caso, una plastica monomateriale riciclabile può avere un impatto ambientale complessivo inferiore rispetto a un composito carta-plastificata.

Il peso dell'imballaggio conta più di quanto si pensi

Un fattore spesso trascurato nella valutazione dell'impatto ambientale è il peso. Il design strutturale influisce direttamente sull'impatto ambientale del packaging, perché un imballo più leggero ma correttamente dimensionato permette di trasportare più prodotto con minori emissioni per unità. Un imballaggio in plastica leggero e ben dimensionato può avere un'impronta logistica inferiore rispetto a un imballaggio in carta sovradimensionato.

La riciclabilità si dimostra, non si dichiara

Con l'entrata in applicazione del PPWR (Regolamento UE 2025/40) dal 12 agosto 2026, la riciclabilità degli imballaggi dovrà essere dimostrata con evidenze tecniche verificabili, non semplicemente dichiarata. Questo cambia le regole del gioco per chi produce o acquista imballaggi: non basterà più scegliere carta "perché è più sostenibile" o plastica riciclabile "perché è certificata". Servirà documentazione.

Il greenwashing costa

Presentare un imballaggio come "ecologico" o "plastic-free" senza basi tecniche verificabili è un rischio crescente. La normativa europea — in particolare la Direttiva Green Claims in fase di approvazione — renderà sempre più stringenti i requisiti per le dichiarazioni ambientali sui prodotti. Chi oggi comunica la sostenibilità del proprio packaging in modo impreciso si espone a contestazioni legali e di reputazione.


Carta contro plastica non è un duello con un vincitore assoluto. È una scelta complessa che dipende da variabili specifiche: il prodotto da contenere, la catena di distribuzione, il mercato finale, le infrastrutture di fine vita disponibili.

Quello che i dati dicono con chiarezza è che in Italia la carta ha un vantaggio strutturale nel fine vita — con un tasso di riciclo del 92,5% contro il 50% della plastica — ma che questo vantaggio può essere vanificato dall'uso di imballaggi compositi non riciclabili o dal posizionamento del prodotto in mercati con infrastrutture di raccolta differenziata meno sviluppate.

La domanda giusta non è "carta o plastica?". La domanda giusta è: quale materiale, per questa applicazione specifica, ha il minor impatto complessivo lungo tutto il ciclo di vita — dalla produzione al fine vita — nel contesto in cui verrà usato?

Rispondere bene a questa domanda è diventato un vantaggio competitivo. E presto sarà anche un obbligo normativo.


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