Private label e packaging

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Linea di imballaggi personalizzati a tiratura media per prodotti private label della grande distribuzione organizzata

Il boom dei prodotti a marchio del distributore. 

La GDO punta sempre più sui prodotti a proprio marchio. Questo genera una domanda specifica di imballaggi personalizzati a tirature medie. Un’opportunità concreta per chi sa offrire flessibilità.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato in modo strutturale sugli scaffali dei supermercati italiani. Accanto ai brand storici — quelli con le pubblicità in televisione e i testimonial famosi — si è fatto sempre più spazio un altro tipo di prodotto: stesso scaffale, stesso formato, ma con il logo di Esselunga, di Coop, di Lidl, di Eurospin. Non più un ripiego per chi vuole spendere meno. Sempre più spesso, la prima scelta.

È il fenomeno della private label, e sta ridisegnando non solo le strategie dei retailer, ma anche la domanda di imballaggi che ne deriva.

Cosa si intende per private label

Con il termine private label (o marchio del distributore, o marca propria) si indicano tutti i prodotti venduti con il marchio del retailer anziché quello del produttore. Il supermercato commissiona la produzione a un’azienda terza — spesso una PMI agroalimentare o manifatturiera — e vende il prodotto finito con il proprio brand.

Non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi cinque anni ha cambiato pelle. Se un tempo la private label era sinonimo di qualità bassa e prezzo stracciato, oggi i retailer investono sulla propria marca come su un asset strategico: linee premium, biologiche, senza glutine, a filiera corta. Prodotti che non hanno nulla da invidiare ai brand industriali, e spesso li battono in termini di margine per il distributore.

I numeri in Italia

L’Italia è storicamente uno dei mercati europei con la quota di private label più bassa. Ma il trend degli ultimi anni racconta un’accelerazione decisa.

Secondo i dati dell’Osservatorio Private Label di IRI e NielsenIQ, la marca del distributore ha superato il 21% delle vendite in valore nella GDO italiana nel 2023, con una crescita costante rispetto agli anni precedenti. In alcuni canali — come il discount — la quota sfiora il 60-70% del venduto.

I retailer che stanno investendo di più in questo senso sono Esselunga, con la sua linea Esselunga Più e le numerose sotto-marche per categoria; Coop, con oltre 3.000 referenze a marchio; Lidl, che in Italia ha fatto della private label il cuore della propria proposta; e Eurospin, il cui modello è quasi interamente basato su prodotti a marchio proprio.

Perché la private label genera una domanda di packaging specifica

Il punto che interessa chi opera nella distribuzione di imballaggi è questo: ogni nuovo prodotto a marchio del distributore ha bisogno di una confezione. E quella confezione deve rispettare vincoli precisi che la rendono molto diversa dal packaging di un prodotto industriale standard.

Personalizzazione obbligatoria. Un prodotto private label deve portare il brand del retailer, con colori, font, logo e layout definiti dagli uffici marketing della catena. Non si può usare un imballaggio generico — ogni referenza ha la propria veste grafica, sviluppata ad hoc.

Tirature medie, non enormi. Qui sta la differenza cruciale rispetto al packaging dei grandi brand industriali. Barilla ordina milioni di confezioni di pasta alla volta. Un supermercato regionale che lancia una linea di prodotti a marchio proprio ha bisogno di quantità molto più contenute — migliaia o decine di migliaia di pezzi, non milioni. Questo cambia tutto in termini di stampa, produzione e gestione del magazzino.

Flessibilità e rapidità. I retailer aggiornano le proprie linee con frequenza — nuovi gusti, nuovi formati, riformulazioni, restyling del packaging. Chi fornisce gli imballaggi deve essere in grado di adattarsi velocemente, senza imporre minimi d’ordine proibitivi o tempi di consegna lunghi.

Qualità percepita. Il packaging deve comunicare qualità — soprattutto per le linee premium. Un imballaggio sciatto o generico danneggia il posizionamento del prodotto e, di conseguenza, l’immagine del retailer.

Esempi reali dal mercato italiano

Esselunga gestisce una delle private label più articolate d’Italia, con sottomarche per ogni segmento: dalla linea base Esselunga, alla premium Esselunga Biologico, alla specialty Cucina Regionale. Ciascuna ha uno stile grafico distinto e richiede imballaggi dedicati — dalla vaschetta per il fresco all’astuccio per i secchi, dalla bottiglia per i liquidi al sacchetto per la pasta. Un fornitore di imballaggi che riesce a coprire più categorie per questa filiera ha un vantaggio competitivo enorme.

Coop è il primo gruppo distributivo in Italia per fatturato e gestisce oltre 3.000 referenze a marchio proprio. La sua linea Fior Fiore Coop è un esempio riuscito di private label premium, con packaging di design che ha vinto premi internazionali. Il packaging di Fior Fiore non è meno curato di quello di un brand industriale: è fotografato, studiato, testato sulle reazioni dei consumatori. Fornire imballaggi per questa filiera significa lavorare con standard qualitativi molto alti.

Lidl merita un capitolo a parte. Il retailer tedesco ha costruito in Italia un modello quasi interamente basato sulla marca propria, con linee come Milbona (latticini), Favorina (dolciumi), Luppo (snack) e decine di altre. La particolarità di Lidl è che molti prodotti a marchio vengono prodotti localmente da PMI italiane, che quindi gestiscono in autonomia l’acquisto degli imballaggi personalizzati. Un distributore locale che supporta questi produttori ha accesso diretto a questa domanda.

Eurospin, il discount italiano per eccellenza, ha costruito il proprio successo quasi interamente sulla private label. Le sue referenze vengono prodotte da centinaia di piccoli e medi produttori italiani, spesso nelle regioni dove il prodotto ha origine. Anche qui, il fornitore di imballaggi si trova a trattare non con il retailer direttamente, ma con i produttori conto-terzi — che sono i veri interlocutori B2B.

L’opportunità per i distributori di imballaggi

Il boom della private label crea una domanda molto specifica che i distributori di imballaggi tradizionali — abituati a gestire grandi volumi di prodotti standard — faticano a soddisfare.

Il problema non è trovare i clienti: i produttori conto-terzi che lavorano per la GDO sono già sul mercato, spesso già in portafoglio. Il problema è avere la risposta giusta quando chiedono un imballaggio personalizzato a tiratura media, con tempi di consegna brevi e la possibilità di aggiornare il design in corso d’opera.

Le leve competitive in questo segmento sono tre.

La prima è la flessibilità sui minimi d’ordine. Chi riesce a produrre o procurare imballaggi personalizzati partendo da quantità ridotte — anche 2.000 o 5.000 pezzi — apre un mercato che molti concorrenti non riescono a servire.

La seconda è la gestione della grafica e della stampa. Il packaging personalizzato richiede file di stampa, prove colore, approvazioni. Un distributore che accompagna il cliente in questo processo — anche solo facendo da tramite con il tipografo — si posiziona come consulente, non solo come fornitore.

La terza è la velocità. I produttori conto-terzi lavorano spesso con anticipo ridotto e non possono permettersi ritardi nella consegna degli imballaggi. Chi garantisce tempi certi ha un vantaggio reale e misurabile.

Cosa cercano concretamente i produttori conto-terzi

Parlare con chi produce per la GDO a marchio del distributore aiuta a capire cosa manca davvero sul mercato degli imballaggi.

Cercano qualcuno che capisca il loro processo produttivo, non solo le specifiche tecniche dell’imballo. Cercano flessibilità: poter cambiare un design a metà anno senza dover buttare migliaia di pezzi. Cercano tempi certi: sapere che il 15 del mese arrivano gli scatoloni, non “indicativamente entro fine mese”. E cercano un interlocutore che li aiuti a ottimizzare il costo dell’imballaggio senza scendere sotto la qualità richiesta dal retailer.

Chi riesce a rispondere a queste esigenze non vende solo imballaggi. Vende tranquillità operativa. Ed è molto più difficile da sostituire

Il boom della private label non è una moda passeggera. È una tendenza strutturale che sta ridisegnando gli equilibri della grande distribuzione italiana e, con essa, la domanda di packaging che ne deriva.

Per un distributore di imballaggi B2B, intercettare questa domanda significa lavorare con un segmento in crescita, con clienti fidelizzabili e con margini superiori rispetto alla vendita di prodotti standard. La condizione è saper offrire quello che i grandi fornitori industriali non riescono a dare: flessibilità, personalizzazione, velocità e accompagnamento nel processo.

Il mercato c’è. La domanda cresce. La domanda è: chi la presidia?

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