Negli ultimi anni il termine overpackaging si è fatto sempre più presente nel dibattito sul packaging sostenibile, non solo per ragioni ambientali ma anche economiche e strategiche.
Si parla di overpackaging ogni volta che un prodotto è confezionato con materiali e soluzioni di imballaggio superiori al necessario per proteggerlo, trasportarlo o valorizzarlo sul mercato. E il fenomeno è tutt’altro che marginale, soprattutto in settori come l’e-commerce, la cosmetica e l’elettronica.
Ma perché l’overpackaging è un problema sempre più urgente anche per le imprese? E quali sono le alternative virtuose già sperimentate sul mercato?
L'e-commerce e il paradosso della scatola nella scatola
Il boom dell’e-commerce ha senza dubbio amplificato il fenomeno dell'overpackaging. Troppo spesso i prodotti ordinati online arrivano in scatole sovradimensionate, imbottite con plastica, carta o polistirolo che non aggiungono alcuna reale protezione, ma generano solo rifiuti. Questo accade non solo per motivi logistici (scorte di scatole standard di grandi dimensioni), ma anche per la mancanza di ottimizzazione dei sistemi di imballaggio. Il risultato? Più spazio occupato nei camion, più spedizioni necessarie, più emissioni di CO₂ lungo tutta la supply chain.
Secondo una ricerca pubblicata da The Guardian, il 40% dello spazio nei colli spediti dagli operatori e-commerce è "vuoto riempito" (filler) e non prodotto reale, con un impatto diretto su trasporti, costi di carburante e inquinamento atmosferico. Non sorprende quindi che alcune start-up abbiano lanciato soluzioni alternative come Boox e Olive, sistemi che eliminano le confezioni usa-e-getta grazie a contenitori riutilizzabili o consolidamento degli ordini, con notevole riduzione dei materiali impiegati.
Marketing o spreco? Il confine sottile tra brand identity e imballaggio inutile
Il packaging, specie nel lusso o nella cosmetica, non serve solo a contenere o proteggere: racconta il prodotto, ne esalta il valore percepito, fa marketing sensoriale. Da qui nasce spesso la tentazione di eccedere: sovra-confezionare per trasmettere esclusività o importanza.
Ma il consumatore moderno – attento, informato, sensibile alla sostenibilità – inizia a vedere con sospetto l’eccesso di scatole, involucri e film plastici. È il caso di marchi come Lush, pioniera nel "naked packaging", che ha scelto di rinunciare del tutto agli imballaggi per molti dei suoi prodotti (saponi, shampoo solidi, bombe da bagno). Dove un tempo c’era plastica, ora c’è il prodotto nudo e un QR code che rimanda all’app #LushLabs per leggere ingredienti e istruzioni. Un cambiamento che ha fatto scuola nel settore, dimostrando che sostenibilità ed estetica non sono incompatibili, ma possono rafforzarsi a vicenda.
Questa scelta radicale non ha danneggiato la percezione del marchio, anzi: i clienti hanno apprezzato la coerenza e la trasparenza ambientale, con un ritorno positivo sia in termini di immagine che di vendite.
I costi nascosti dell’overpackaging: quando l’imballaggio eccessivo pesa sul bilancio
Per le aziende, l’overpackaging rappresenta anche un costo economico reale. Un imballaggio esagerato significa:
- Più materie prime acquistate (carta, plastica, legno, vetro);
- Maggiore spazio occupato nei magazzini;
- Costi di trasporto aumentati per peso e volume;
- Contributi ambientali CONAI più elevati, specialmente per materiali misti o difficili da riciclare (il cosiddetto "extra CAC" previsto dalle nuove tariffe 2025);
- Costi di smaltimento superiori lungo la filiera del riciclo.
A ciò si aggiunge un rischio reputazionale concreto: i consumatori puniscono sempre più spesso i brand percepiti come "spreconi", scegliendo competitor più attenti alla sostenibilità. Ne sono prova le campagne virali sui social contro il "packaging inutile" e i premi internazionali per imballaggi eco-compatibili.
Infine, va considerata l’opportunità sprecata: ogni euro speso per un imballo inutile è un euro sottratto a ricerca, design sostenibile o sviluppo di packaging innovativi (come i materiali compostabili o i mono-materiale riciclabili). Al contrario, chi investe su soluzioni essenziali e “naked” non solo taglia i costi strutturali, ma conquista anche il favore del mercato.
Naked Packaging: i casi di successo
Oltre a Lush, il concetto di naked packaging si è esteso ad altri settori e mercati:
- ShipNaked, campagna internazionale nata per chiedere a colossi come Amazon di eliminare gli imballaggi superflui nelle spedizioni.
- Start-up come Loop, che offre prodotti in contenitori riutilizzabili restituiti al venditore dopo l’uso.
- E-commerce come Olive, che aggrega più ordini in un’unica consegna per abbattere l’uso di scatole e pacchi singoli.
Tutti questi esempi dimostrano che ridurre l’imballaggio non significa impoverire l’esperienza d’acquisto, ma migliorarla attraverso semplicità, trasparenza e rispetto per l’ambiente.
L’overpackaging non è più solo una questione di “spreco visibile”: è un tema che tocca costi aziendali, efficienza logistica, percezione del brand e sostenibilità ambientale. Le aziende che sapranno ripensare le proprie strategie di imballaggio in modo essenziale, intelligente e responsabile (come Lush, Loop, Boox) conquisteranno vantaggi competitivi concreti e duraturi.
Il futuro del packaging è "naked": meno è davvero di più.








